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Il dolore degli altri

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Commenti

  • rondinella61rondinella61 Pilastro
    Pubblicazioni: 1,575
    @lollina
    Puoi spiegare meglio, please? 
    Mi interessa molto, in quanto anch'io -pur essendo ND in minima parte- manifesto questa indifferenza al dolore degli altri.
    Non vado mai a trovare le persone all'ospedale di mia iniziativa, mi dimentico di chiedere "com'è andato l'intervento?", ecc.
    Per contro, se sono malata io, lo tengo nascosto più a lungo possibile in quanto non mi piace che mi si chiedano informazioni del tipo "sei guarita? stai meglio?". E l'unica volta che ho subito un'intervento in day-hospital ho rifiutato l'aiuto di un'amica che si era offerta di portarmi in macchina all'ospedale, ho declinato e ho usato il taxi...
     E' come se non volessi avere testimoni.

    Invece il dolore degli animali mi devasta, quello sì.
    E mi piace sapere di non essere la sola che si commuove (con pianto a singhiozzi!) per le scene di autentico eroismo.

    amigdalawhatsername84
  • whatsername84whatsername84 Veterano
    Pubblicazioni: 164
    @rondinella61 ti capisco, anch'io non sopporto che mi chiedano "come stai,sei guarita?" mi sembra quasi un fastidio all'idea che gli altri pensino che stia male. Forse non mi piace che mi compatisco in qualche modo. Non lo so esattamente.

    Anch'io non vado a trovare le persone in ospedale di mia iniziativa e mi dimentico di chiedere l'esito di interventi e visite.

    Può essere che sia una forma di concentrazione su se stessi che non fa comprendere il dolore altrui.
    amigdala
    "Siamo tutti in un fosso, ma alcuni di noi guardano le stelle" - Oscar Wilde -
  • SophiaSophia SymbolSenatore
    modificato September 2016 Pubblicazioni: 5,904
    Ci provo.

    @rondinella61 credo che tu abbia espresso egregiamente il concetto, e come te anche tutti gli altri.

    La forma di "indifferenza" di cui parlo
    non vuole essere intesa come "assenza" completa di pathos (sentire), anche se molte volte si verifica anche questo,come quando non c'è riconoscimento nell'ambito familiare del ruolo dei genitori;

    mi riferisco alla mancata comprensione di chi sia la figura di riferimento e quindi di conseguenza all'assenza di sintonizzazione emozionale; cosa che ho vissuto in prima persona.

    Ciò che ho descritto potrebbe comportare la difficoltà ad intendere i legami affettivi e ad avere un atteggiamento irriverente, ingrato e scostante rispetto ad un evento importante o traumatico, anche e soprattutto se si tratta di familiari, che di fatto ripeto non sono "intesi" (sentiti, considerati, appresi, percepiti, categorizzati) come tali.

    L'assenza dei concetti di base "interno/esterno",  "pubblico/privato" e "familiare/estraneo" può portare un individuo neurodiverso a ritenere uguali le diverse categorie, e può comportare una preminenza di un concetto sull'altro;

    come per esempio il sentire estranea una persona vicina, e viceversa a ritenere familiare un estraneo; cosa per altro molto frequente (per cui ritengo fondamentale l'ausilio del Kat+kit);

    credo che questo si verifichi  forse meno nei casi in cui si abbiano genitori neurodiversi, o in qualche modo interessati da funzionamento con tratti autistici o simile, o in un ambiente aspiefriendly come dice Wolfgang.

    @rondinella61 ho gli stessi tuoi atteggiamenti sia quando sto male io (mutismo selettivo) sia quando stanno male gli altri, ma posso riferire che mi è capitato comunque di avere un approccio a volte diverso:
    • dal provare preoccupazione, non per l'accaduto, ma perché erano preoccupati gli altri;
    • a casi in cui faccio la telefonata ma solo se proprio devo. In realtà a volte sarei anche interessata, ma a volte mi frena il fatto di dover telefonare altre volte quello di andare;
    • all'evitare la comunicazione provando a dire che ho dimenticato di farlo;
    • alle volte in cui mi è capitato di non chiedere ma soprattutto di non preoccuparmi perché conoscendo bene l'anatomia già avevo metabolizzato il dato come ininfluente, nel caso di malattia passeggera, oppure troppo grave con esito negativo, e visto che la legge della natura non premia il soggetto svantaggiato forse è meglio così anche per lui (ragionamento logico);
    • fino anche a prendermela molto ma perché altri elementi sono intervenuti ed hanno permesso un coinvolgimento profondo. E questo mi capita più con soggetti svantaggiati, cause perse, situazioni legate alla giustizia, alla conoscenza, alla mia professione, o con persone a cui sono molto legata (non necessariamente parenti e amici) e quasi mai se ho di fronte una persona abile e forte.

    Il fatto di relazionarsi, ovvero raggiungere un punto di incontro spontaneamente attraverso quel che viene definita "risonanza emotiva", in sostanza il farsi coinvolgere,  ha un'utilità per quel che riguarda l'azione, serve di norma come meccanismo che induce a muoversi (relativo all'azione) perché necessario al mantenimento della vita del gruppo;

    nel senso che se sento istintivamente e velocemente che c'è pericolo e mi attivo con la comunicazione verso l'altro - quindi avendone conferma - posso poi muovermi per comunicare ad altri o prendere i provvedimenti necessari per la risoluzione. E questo meccanismo riguarda il "noi" e l'attivazione del meccanismo "come se".

    In molti casi invece, a parer mio, è come se si affrontasse il mondo e i suoi accadimenti da spettatori o da ricercatori, o da studiosi; senza mettersi nei panni di nessuno, non per incapacità, ma perché non scatta il meccanismo adeguato; forse non si attivano i circuiti della necessità e della commozione (muoversi+con) perché non opportuni, ma magari rimanendo attivi altri siti neurali (il soggetto non è esente da tutto) che a parer mio dovrebbero essere indagati meglio.


    Mi spiego, quello che ho scritto non vuole essere un assunto, anzi vuole essere solo una testimonianza, che poi non so nemmeno quanto possa essere valevole.


    enrichetta68rondinella61
    Post edited by Sophia on
    "Nulla esiste finché non ha un nome".
    Lorna Wing
  • enrichetta68enrichetta68 Membro Pro
    Pubblicazioni: 155
    @Antonius_Block come ho già detto a Pavely, e altrove, già lo sapevo come avrebbe reagito Jacopo. Non mi stupisce, anzi ci scherzo sopra anche con lui.
    Quando ho avviato questa discussione l'ho fatto per capire meglio questo aspetto del suo comportamento che mi è familiare da anni.
    Credo che la reazione (per usare le tipologie di @wolfgang ) sia del tipo: "la persona legge il dolore ma non lo comprende".
    Se io, che in questi giorni non posso muovermi, chiedo a Japi di andare a prendermi un bicchiere d'acqua o portarmi un libro , mi risponde: "certamente " e agisce solerte. Se invece pretendessi che mi chiedesse "ti fa male ?" oppure se mi aspettassi che mi desse un bacio consolatorio o mi facesse un "pat, pat" :-) rimarrei delusa. Non fa parte del suo modo di fare.
    Ma non perché non sia affettuoso, per esempio oggi tornato da scuola si è disteso accanto a me e mi ha fatto le coccole, non perché sono convalescente, ma perché era contento di vedermi a casa.
    Antonius_BlockValenta
  • rondinella61rondinella61 Pilastro
    modificato September 2016 Pubblicazioni: 1,575
    Vi racconto un fatto realmente accadutomi, e poi vi dirò anche le mie conclusioni. Se saranno strambe, giudicherete voi.

    L'unica volta in cui abbiamo avuto una malattia in famiglia è stato quando mia madre sembrava avere dei tumori nella vescica urinaria, all'epoca io avevo 30-35 anni.
    Ebbene, io ho vissuto la cosa abbastanza "serenamente", infatti:
    1. Non sono mai andata all'ospedale a farle visita durante i periodi di ospedalizzazione
    (va be', io lavoravo e i miei genitori abitano a 40 Km di distanza....però a pensarci bene non è una scusa!)
    2. Ero tranquilla perché sapevo che c'era mio padre con lei 
    3. Telefonavo ogni 2-3 giorni a mio padre per chiedergli "come sta la mamma?" però la domanda implicita era "quando torna a casa?"

    Ecco, su questa ultima domanda mi voglio soffermare: a me premeva che le cose tornassero come prima, desideravo che mia madre guarisse perché così si ripristinava lo stato perfetto delle cose (esistente prima della malattia). Quindi, soffrivo per il cambiamento, non perché mia madre fosse malata.

    E adesso arrivo alla conclusione: 
    Tutti sappiamo quanto i ND odiano e rifiutano i cambiamenti. 
    Una malattia oppure un lutto in famiglia implicano un cambiamento, a volte anche molto drastico.
    Dunque nasce l'equazione, malattia=cambiamento=odio/rifiuto.

    Quindi, davanti alla malattia (di familiare o amico) c'è una reazione di rifiuto, di blocco...ergo ci si comporta come se la persona non fosse malata.
    Chiedergli "come stai", preoccuparsi per lui, accettare di parlare della malattia, significherebbe accettare anche il cambiamento. Cosa dolorosa e a volte impossibile per una persona neurodiversa.






    whatsername84enrichetta68friedenamigdalariotValentaEowynFenice2016MononokeHime
    Post edited by rondinella61 on
  • enrichetta68enrichetta68 Membro Pro
    Pubblicazioni: 155
    @rondinella61 io credo che mio figlio provi la stessa cosa.
    rondinella61
  • AmelieAmelie Pilastro
    modificato September 2016 Pubblicazioni: 5,371
    Concordo con quanto già scritto da @Pavely .

    Quando una persona cara sta male, io sono incapace di dare il mio supporto morale e di essere confortante - sebbene sia migliorata da qualche anno a questa parte, grazie all'autoconsapevolezza. Mi è anche accaduto -spesso- di non capire che l'altra persona stesse male, di non riuscire a capire perché o di provare troppa ansia, oppure ancora di non avere idea di come agire, come scrive @wolfgang .

    Tre anni fa, mia nonna, che vive con me e i miei genitori, si sentì male mentre era in bagno; perse i sensi per qualche minuto e non rispondeva se chiamata. Io non mi mostrai preoccupata, ma agii in modo efficiente: chiamai io il 118, scesi ad aspettare l'ambulanza perché il giardino non è illuminato ed è difficile leggere il numero civico dalla strada, una volta arrivata l'ambulanza li informai delle dimensioni ridotte dell'ascensore, questo mentre mia mamma piangeva disperatamente e faticava a mantenere la lucidità. Iniziai a provare ansia solo mentre aspettavo l'ambulanza, perché ero costretta all'immobilità: ricordo quei 20 minuti interminabili passati a guardare le stelle nella notte fredda, in cui tutto il mondo sembrava essersi fermato.

    Un esempio meno drammatico e più recente risale a quando la persona che amo si è ammalata, con febbre e infiammazione alle vie respiratorie. In questo caso sono andata in farmacia, poi ho fatto qualche lavoretto in casa e gli sono stata vicino. Ma avevo spesso le cuffie e da un punto di vista verbale non penso di essere stata molto confortante.


    A volte mi accade di provare così intensamente il dolore di qualcuno -pur senza manifestarlo-da non poterlo sopportare ed erigere una sorta di "muro emotivo" per proteggermi. Mi è accaduto anche per estranei coinvolti in casi di cronaca o per persone quasi sconosciute. Non manifestare un sentimento non significa non provarlo.


    (Scusate l'edit, ma avevo scritto cose troppo private e ho preferito cancellarle).
    rondinella61manu_asocialefriedenValentaWBorgenrichetta68lunagattinaMononokeHime
    Post edited by Amelie on
  • KrigerinneKrigerinne SymbolSenatore
    modificato September 2016 Pubblicazioni: 3,163
    Siamo abituati a pensare che i genitori siano super eroi. Sono loro che si prendono cura di noi, non viceversa.
    Ecco, forse per un aspie è più difficile uscire dai ruoli...
    Immagino che un NT sia spinto a vedere le cose in una certa maniera: tua madre sta male e ti devi preoccupare, poi diventa automatico. Un aspie può non sentire questo dovere.
    Ipotesi mia

    @Pavely ha detto una cosa bellissima e giustissima secondo me. Se tu non puoi fare nulla allora non c'è nulla da fare. Il figlio è subordinato, non ha responsabilità, è il mio pensiero, e pavely l'ha scritto benissimo.
    Phoebewormholerondinella61Amelieenrichetta68WBorgwolfgang
    Post edited by Krigerinne on
    Backend developerAsperger ~ ex tutor ABA
    You split the sea
    so I could walk right through it

  • WBorgWBorg SymbolAndato
    modificato September 2016 Pubblicazioni: 4,497
    Da adolescente a volte mi bloccavo davanti al dolore altrui.
    E per la mia natura lo faccio anche adesso, però dura un attimo. Non mi trasformo in un supereroe, però un minimo di confort provo sempre di farlo avere da parte mia. E se mi devo trasformare in un supereroe per una persona a cui ci tengo, io smetto di esistere, quella persona avrà tutto da me. Succede anche che il mio aiuto viene rifiutato, e allora mi porto i sensi di colpa per molto tempo avanti.
    Poter fare solo un minimo e non fare niente non è da me.
    SophiaSirAlphaexafriedenAmelierondinella61enrichetta68
    Post edited by WBorg on
    Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale
  • enrichetta68enrichetta68 Membro Pro
    Pubblicazioni: 155
    Grazie @WBorg , credo che anche mio figlio abbia un istinto simile, vedrò di ricordare le tue parole.
    WBorg
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