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Diario di un vagabondo intergalattico

DreamLoopDreamLoop Veterano
modificato 25 January in Storie sociali, favole, racconti

I


Il tormento interiore che mi accende come un'eruzione solare, che mi fa contorcere e volteggiare, che mi spinge e urlare la mia scrittura e a scrivere le mie urla, che edifica architetture imprevedibili e smisurate come scheletri di nuvole sauropodi, è un anticorpo, un antidoto contro le frasi i gesti ripetuti tutti i giorni nella quotidianità, simili a oggetti prodotti in serie da una ininterrotta catena di montaggio, dove tutto ciò che è smisurato, incontrollabile, oscuro, diverso, scarsamente decifrabile, viene necessariamente abolito per garantire un equilibrio così prevedibile che ha l'immobilità e la rigidità di un cadavere, o di un calendario appeso al muro di un ufficio dove viene amministrata la burocrazia.Preferisco la solitudine che mi fa desiderare la presenza di qualcuno, anche se non dovessi mai trovare qualcuno in grado di strapparmi ad essa, rispetto alla presenza di qualcuno che mi fa desiderare la solitudine.Perché in quella solitudine c'è tensione, c'è passione, c'è movimento, c'è tempesta, c'è desiderio, c'è possibilità, c'è il travaglio di un raggio luminoso proiettato nel vuoto più oscuro. Un volo che spinge verso l'amore. Mentre nel caso opposto esiste solo un desiderio di distacco, di nausea, di regressione, di abbandono, che produce un movimento inverso all'amore.


Ecco perché sono sempre fuggito davanti all'umanità, solo in questo modo ho potuto amarla.


Quando incontri una nebulosa e ti perdi davanti l'eleganza e la complessità delle forme esaltate da sfumature di colori che non esistono in nessun quadro che la specie umana ha dipinto, allora non puoi fare a meno di chiederti se qualcosa ti sfugge. La creazione che in un ignoto spazio tempo si è messa in atto. Ecco un valore che sarebbe assoluto essendo in relazione solo con se stesso. E nel momento che l'ipotetico creatore di una tale creazione, fosse anche per un caso fortuito, venisse scoperto e quindi collocato davanti ad un pubblico, una volta perso il mistero non potrebbe che uscirne svilito, circoscritto, frainteso. Ecco perché se potessi creare una qualche forma di essere cosciente manterrei segreta la mia esistenza. Solo così saremmo entrambi liberi.
Se una qualche forma di intelligenza ha dato vita alla sequenza che in miliardi di anni ci ha condotto esattamente dove ora ci troviamo, è ovvio che abbia fatto in modo che la sua esistenza non potesse essere svelata.

Contando che la luce percorre trecentomila chilometri al secondo e la Via Lattea ha un diametro di centomila anni luce e che essa è solo una tra miliardi di galassie , praticamente la Terra è un granello di polvere abitato da microrganismi. Potrebbe esserci una civiltà sconosciuta contenuta in un millimetro quadrato sul bordo di una mensola dove poggi le chiavi di casa.


II


Ero in viaggio, non ricordo più da quanto tempo e allora andavo, per non morire, perché mettere radici era come morire. La sensazione era quella di una capsula lanciata nel cosmo, senza una direzione precisa e senza altra funzione oltre quella di esistere in un moto perpetuo. Sembra che nella società come in natura tutto abbia una funzione, un sistema lo richiede eppure esiste la capacità di immaginare un corso diverso, qualcosa che può scardinare l'ordine attraverso l'imprevisto, che può dare forma alle più diverse possibilità e poi rifiutarle tutte per cercarne altre ancora. La variabile impazzita. L'inquietudine che diventa meta_fisica, potrebbe essere un altro modo di vederla, d'altronde le prospettive non sono meno dei punti contenuti in una circonferenza sommati alle circonferenze contenute in una sfera.Un centro di gravità permanente può rivelarsi logorante nella sua staticità, inoltre come raggiungerlo e mantenerlo quando non sei un corpo celeste ma solamente un microbo? L'equilibrio come sottrazione, come assenza, come un'oscillazione nel vuoto, questa è l'unica forma di equilibrio che mi sembra plausibile.La volontà di spezzare una sequenza circolare può diventare un malessere fisico, un'urgenza che ti marchia la carne e distrugge ogni apparenza.
Fuoriuscito liquido dall'ingranaggio, anche se il sospetto di un ingranaggio ancora più vasto e impossibile da eludere non mi aveva mai abbandonato.
Era così che mi sentivo quando spezzai i legami mettendomi in viaggio. Il viaggio che ti allontana dagli altri per riavvicinarti a te stesso, viaggio in ogni senso possibile. I silenzi che abitano le vastità della solitudine hanno cesellato gran parte della mia esistenza. 

Vagare senza una meta, con il corpo, con la mente, è così maledettamente affascinante, ed è anche faticoso e pericoloso quando la lunghezza del percorso aumenta e ti lasci alle spalle le strade conosciute o perlomeno minimamente battute. Viaggiare con la mente è sotto certi aspetti più facile, sotto altri più difficile, che viaggiare con il corpo, perché le necessità pratiche della vita non puoi eluderle voltando pagina, non puoi eliminarle attraverso un colpo di penna o di ala per arrivare sano e salvo al prossimo capitolo, alla prossima creazione, alla prossima fantasticheria. Però è anche vero che gli abissi della mente, i suoi territori impervi e selvaggi, sono luoghi sconfinati che potresti impiegare una vita intera a percorrere senza uscirne mai.

Infatti eccomi qua a vagare tra le pieghe della Notte senza confini, come un lupo siderale, come uno scarafaggio post-apocalittico o un unicorno nero che non crede all'esistenza delle creature mitologiche conosciute come esseri umani.

Raccolgo frammenti fossili di esplosioni cerebrali, annuso le macchie che anime ferite si sono lasciate dietro nella fuga come scie atomiche, costruisco rifugi per anomalie, luoghi segreti dove nomadi multidimensionali si fermano a raccontare di altre esistenze.


III


La seduzione è un gioco di sottrazioni, l'a.m.o.r.e. è una coordinata spaziale che stabilisce un punto d'incontro tra le solitudini, e così fin dal principio accadde che rimasi affascinato dal silenzio, dalle mancanze, dai vuoti, spinto verso i margini, giocando a nascondino negli estremi, vagando nei deserti dell'esistenza come un rabdomante.In attesa negli angoli, ho contato i granelli di polvere che i piedi dei passanti sollevavano come una traccia mnemonica, come il sentore vago di un moto binario che non mi è mai appartenuto. Una direzione precisa, un percorso prestabilito, perché cercarne uno quando conoscevo già lo spettacolo tragicomico dell'esistenza il cui finale è sempre lo stesso? Più preciso, più prestabilito di così, cos'altro potrebbe esserci? Ero già sazio quando ancora non sapevo cosa fosse la fame. Le mie traiettorie portavano dentro di me e nello stesso tempo mille anni luce lontano da me.

E la società? Cos'è la società? Ne ho sentito il brusio, che a volte diventava frastuono, ma non l'ho mai vista, mai toccata. Non l'ho mai nemmeno baciata o stretta tra le braccia.

Gli interessi umani messi in comunione? Ci vivo in mezzo senza farne parte, per essere veramente parte di qualcosa bisogna smetterla di farsi domande, abbandonarsi.

La sinergia necessita di azione, un'azione coordinata priva di incertezze, una predisposizione geometrica dove non esistono dubbi: funzioni specifiche, ruoli precisi, come un formicaio, un alveare, un circuito elettrico.

Il moto perpetuo di una massa incandescente che scava le profondità del pensiero circoscritte dalla carne.

Precipitare senza muoversi di un millimetro: ecco l'esperienza di una vita.

Ho sempre pensato che nascondevo qualcosa da dire, forse qualcosa di importante, per me o per qualcun altro. Ho atteso a lungo il momento, e il modo, finché ho dimenticato. Ho di_me_nticato? Veramente qualcosa andava detto? Che la musica migliore sia quella che non è mai stata scritta, mai suonata, mai udita, potrebbe essere un'idea consolatoria.


Castelli di sedie, e la stanchezza, ritta su quelle zampe magre, a guardarli. E poi mi stanco anche della stanchezza.


Per fissare ciò che vedevo in alto, lontano, altrove, palloncini colorati nuvole o architetture metafisiche non faceva differenza, ho vissuto oltre la linea superata la quale la realtà perde di consistenza, di contorni pratici, e la superficie della vita diventa un vetro appannato dove tracciare segni con la punta della lingua.

I cieli che diventano abissi, e gli abissi che diventano cieli. L'assenza di coordinate che diventa l'unica costante, l'unica coordinata. E tutte le sfumature che vedi, tutta la bellezza che hai rintracciato in ogni minimo dettaglio, hanno acuito il disagio, il senso di perdita, la nostalgia quando ancora ce l'hai davanti negli occhi nelle orecchie nella bocca, che non sai più dove infilarla tutta quella vita durante il tragitto. Vorresti aiutarti con le mani ma servono per bilanciarsi: maratoneti centometristi o acrobati, è uguale.


Sorridere! Altrimenti si guasta il rapporto con il pubblico.


I più sensibili diranno: la bellezza ci salverà!

I tormenti eroici, le tragedie artistiche, si comprano in cerca di qualche emozione, si passa il tempo, si strappa un biglietto, uno scontrino. Ci s'intrattiene.

Dove sono ora il principe Myskin? Vitangelo Moscarda? E il piccolo Oskar con il suo tamburino? Esiste una difesa migliore di quella di Luzin?

Incontrati fuori dalle loro pagine, per la strada, avrebbero ancora un senso? Un fascino? Spaventerebbero. Nel migliore dei casi verrebbero evitati. Chi avrebbe tempo da perdere con loro? Impegni, necessità, azioni e conseguenze: la vita non si ferma, quando si ferma vuol dire che è finita.

Di tutte le arti quella della scrittura è la più perversa. Uno specchio che moltiplica tutto.

Allora di quale certezza ci si dovrebbe nutrire?

Si tratta di un continuo mutamento, ma ci si ostina a gettare ancore, costruire edifici dove tenere tutto secondo un preciso e rigoroso ordine, non ne vogliamo sapere, testardi, puntiamo i piedi e rifiutiamo.

Tolte le coordinate spazio temporali dico, su cosa fondare i cardini che ti fanno dire: mi sento al sicuro?

Siamo qui, e qualcosa bisogna pur farla. O forse no.


Il mondo anche senza l'opera dell'uomo è bello di per sé: prendi le geometrie di un cristallo di neve, i colori di un tramonto in un bosco autunnale o le architetture dei fiori.


Sì!? Morire di fame per riempirsi lo spirito! Come certi eremiti. Oppure riempirsi ben bene la pancia e svuotare la coscienza.

Che differenza fa?

Lo vedi dove si va a finire quando ti fai troppe domande?

Da nessuna parte.

Inconcludente.


E forse non concludere, è l'unico modo per rimanere vivi.


IV


Ecco perché quando finisce un film, un libro, o una serata nella quale hai infilato un pezzo di stesso, è come morire, e ti senti terribilmente triste.

Ecco perché potrei fermarmi ma continuo.

Canidi ululanti sotto lune di silicio, a sollevare zampe e sguardi lungo muri di fibre ottiche. E l'alta definizione per una solitudine in 3D.

Gargoyle e mendicanti. Pietrificati, con le mani tese a supplicare stupore.

Illegali.

Emersi dalle crepe del terreno come rifiuti tossici, con la luce radioattiva illuminiamo la notte del secolo. Rifacciamo i letti alle ombre, e le baciamo sulla fronte prima di soffocarle col cuscino.

Simili a buchi neri che ingoiano ogni sillaba di luce.

Annidati negl'incavi

nelle intersezioni

in ogni incrocio o interconnessione

come cimici, come tarli.

In attesa di coordinate

la necessità, tesa, di affermare un senso

di completare il silenzio.

Si raccolgono frammenti per ricostruire le unghie agli scheletri. Si vanno tracciando geometrie, per colmare distanze assurde come le scale di Escher.

Deponendo in luoghi nascosti i sogni i desideri più laceri, lavandoli a mano, con le lacrime. E col sangue, riempirci la fossa.

Di sangue non ce n'è mai abbastanza.

Il senso di inadeguatezza verso ciò che non si può comprendere è la misura del cielo di una taglia troppo grande per queste spalle.

Da qualche parte si sente un uomo che urla: vita! Lo dice con le mani e con gli occhi, e qualcosa sembra rispondergli. Rispondimi ti prego.

Svanire nella molteplicità, cozzare contro oggetti alla deriva. Lasciarsi assorbire.

Le masse brulicanti, paniche

e le singole entità che lottano per aprirsi un varco.

Una corsa spermatozoica asfaltata aria condizionata centralizzata.

Andare, si deve andare, ovunque.

Un'infinità di parole, di gesti, che si ripetono, uguali.

L'urgenza di essere

che non ammette rimandi, che infiamma i tendini e allunga il collo sotto la ghigliottina delle ore.

E allora, cosa si può dire di questa notte

sento il ringhio stanco e sferragliante degli autobus che si trascinano per le strade dell'estate, di tutte le innumerevoli estati perdute non si sa dove

sento la lancetta di un orologio che batte da qualche parte un tempo che non esiste

sento un leggero vento che gonfia il ventre di una giovane tenda

cos'altro sento?

Sento che l'atto di mettersi in attesa è come andare avanti con le braccia aperte incontro alle stelle a un carro armato al vento alla persona amata allo sconosciuto che una sera ho incontrato per le vie di un parco pubblico, un basso ometto del bangladesh che ha iniziato a piangere disperato perché qualcuno gli aveva rubato i soldi e in quel momento sembrava che l'unica cosa di cui avesse bisogno fosse della comprensione, un poco di affetto...e l'unica cosa che avevo da offrirgli era un abbraccio e così l'ho abbracciato, ci siamo abbracciati e mentre piangeva per poco non ha fatto piangere anche me perché in fondo quell'uomo ero anche io, era mio padre, era mio figlio, era ogni uomo, perché me ne sentivo responsabile, perché avrei voluto dargli tutto quello di cui aveva bisogno, perché avrei voluto vederlo sorridere...ma alla fine non ho potuto far altro che andarmene, regalargli i 5 fottuti euro che marcivano nella mia tasca con la consapevolezza di non avere altro e sentirmi anche generoso, ma vaffanculo, e andarmene.

Sento che vorrei aprire le braccia e abbracciare tutto

dilatarmi in un respiro di luce

largo come l'oceano

che anche lui magari si sente solo nelle sue profondità

così grande

che non può essere abbracciato.

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